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Guerre Mondiali


La seconda guerra

La Seconda Guerra Mondiale

Non ci sono dubbi sui responsabili della seconda guerra mondiale: Adolf Hitler. Naturalmente le cose sono un po' più complicate, comunque si può riassumere il percorso verso la guerra in alcuni passaggi fondamentali fatti dai paesi aggressori e non fatti dalle democrazie occidentali che in tutti i modi volevano evitare un altro conflitto.

Invasione giapponese della Manciuria nel 1931; l'invasione italiana dell'Etiopia; denuncia del Trattato di Versailles e riarmo tedesco (1935); invasione della Renania (1936); guerra civile spagnola (1936); occupazione dell'Austria e della Cecoslovacchia (1938). Infine il trattato di non aggressione tra Germania e Unione Sovietica (1939).

Dall'altra parte, in senso negativo, i paesi democratici riuniti nella Società delle Nazioni sono stati colpevoli per non essere intervenuti nelle aggressioni di Manciuria e Etiopia. I particolare Francia e Gran Bretagna sono rimaste a guardare quando erano ancora nettamente più forti della Germania; prima non intervenendo nella guerra di Spagna, poi permettendo a Hitler di annettere Austria, Cecoslovacchia (fallimento della Conferenza di Monaco nel 1938).

Tecnicamente la IIGM si spiega nel tentativo della Germania di fare un blietzgrieg (guerra lampo) per conquistare l'Europa centrale e occidentale. L'occupazione della Polonia realizzata in tre settimane causò la dichiarazione di guerra di Francia e Gran Bretagna. Nell'estate 1940 le truppe della Wairmarch conquistarono il Belgio, l'Olanda, la Francia, la Norvegia e la Danimarca. Tutte furono occupate mentre la Francia ebbe una zona controllata dal governo collaborazionista di Vichy. L'Italia entrò nel conflitto nel giugno '40 dichiarando guerra alla Francia quando questa era già stata sconfitta dalle truppe naziste.

Da un punto di vista pratico la guerra in Europa era finita.

La Germania non poteva invadere la Gran Bretagna – c'era il mare e la RAF Royal Air Force – ma era altrettanto improbabile che l'esercito britannico potesse sbarcare sul continente e sconfiggere i tedeschi. Hitler non si accontentò e rilanciò immediatamente scatenando la guerra area sui cieli britannici (operazione "Leone Marino").

L'attacco dell'aviazione nazista sulle città inglesi segna una pagina leggendaria nella storia del popolo britannico.

Nelle colonie la guerra era ancora molto fluida. Truppe inglesi sottrassero aree coloniali agli italiani impegnando l'Africa Korps di Erwin Rommel in un duro confronto nel continente africano.

La guerra fu riaccesa dall'invasione hitleriana dell'Urss il 22 giugno 1941, la data decisiva della seconda guerra mondiale.

Nella mentalità di qualunque generale quella mossa appare completamente insensata: il doppio fronte a oriente e a occidente è l'incubo di ogni esercito!

Ma nel disegno di Hitler la conquista della Russia era un tassello fondamentale per ottenere grandi risorse e masse di schiavi per la macchina industriale e militare germanica. Inoltre la forza dell'Unione Sovietica era sconosciuta e certamente sottovalutata [1].

All'inizio sembrava che Hitler avesse ragione: ai primi di ottobre le forze naziste erano alle porte di Mosca; Stalin si era trasferito all'interno e la capitale sembrava sul punto di crollare. L'esercito russo però resistette e ben presto i tedeschi dovettero ripiegare.

La resistenza alle porte di Mosca (Operazione Barbarossa) è indicata da alcuni storici come il capitolo decisivo della guerra; il fallimento di una rapida vittoria in terra russa ha compromesso le capacità di tenuta dell'esercito tedesco nel lungo periodo. L'estate successiva fu tentato un nuovo sfondamento da sud (operazione Blu) con la migliore armata dell'esercito e 500.000 uomini. A Stalingrado si attestò la resistenza russa. Nell'inverno 1942-43 si decisero le sorti della guerra; 1 milione di morti a Stalingrado valsero la resa della VI armata di Von Paulus. Da quel momento iniziò la controffensiva sovietica che portò l'armata rossa a Vienna, Praga e Berlino.

Nel frattempo la guerra si era estesa fino a diventare planetaria. Il Giappone approfittò delle colonie francesi rimaste senza madrepatria e occupò tutta l'area del sud est asiatico, suscitando grande risentimento negli Stati Uniti che imposero severe restrizioni economiche al Giappone, totalmente dipendente dal commercio marittimo. Fu questo contrasto che portò – il 7 dicembre 1941 – all'attacco di Pearl Harbor.

Gli Stati Uniti condussero la "loro" guerra nel Pacifico, ma contribuirono attivamente alla controffensiva britannica in Europa. La scelta di Hitler di dichiarare guerra (anche) agli Stati Uniti appare, ancora una volta, strategicamente assurda. 

Di fatto con la battaglia di Stalingrado e l'entrata in guerra dell'arsenale bellico Usa la guerra - a inizio '43 - era segnata; i destini dei contendenti era segnato, c'era da stabilire i modi e i tempi. Gli alleati inziarono a riconquistare i territori, seppur molto lentamente, intorno al dicktat della "resa senza condizioni". Questa formula, sicuramente giusta in linea di principio, portò ad un'ultima fase della guerra dettata dalla spietatezza assoluta: da una parte gli alleati che bombardavano a tappetto le città sotto controllo nazista (tra cui l'Italia) e si disinteressavano dei lager; dall'altra l'esercito tedesco - supportato dalle SS - che oppose una strenua resistenza riversando sulle popolazioni civili l'onta della sconfitta. Da qui la serie sconvolgente di stragi che portarono il numero delle vittime ad una cifra vicino o superiore ai cinquanta milioni!!! Tra le stragi che vale la pena ricordare c'è quella di Dresda - città rasa al suolo dall'aviazione americana -  in cui in una sola notte si contarono circa centomila morti (con armi convenzionali) e i tanti eccidi a freddo delle popolazioni civili: Marzabotto, Santa di Stazzema, Fosse ardeatine eccetera.

A guerra in corso i paesi vincitori tennero una serie di conferenze per decidere l'assetto del dopoguerra; Churchill, Stalin e Roosevelt si trovarono a Teheran nel 1943, a Mosca nell'autunno 1944, a Yalta all'inizio del 1945, a Postdam nella Germania occupata nell'agosto 1945.

La Germania trattò la resa ai primi di maggio, il Giappone accettò la sconfitta nell'agosto dopo lo sgancio di due bombe atomiche nelle città di Hiroshima e Nagasaki.

 

[1] Il Giappone ebbe uno scontro nel 1939 con l'Armata Rossa in un conflitto non dichiarato e ne uscì malconcio. Forse anche per questo il Giappone non dichiarò guerra all'Urss ma solamente a Usa e Gran Bretagna.

La guerra degli italiani

Premessa: l'Italia entrò un anno dopo con i fronti già attestati, per una mossa autonoma del Re che stipulò, a Londra, un contratto che metteva nero su bianco il compenso per l'ingresso dell'Italia tra i paesi dell'Intesa. Quindi il Re portò il paese in guerra per avere il Trentino, il Friuli, l'Istria e la Dalmazia. L'anno di neutralità vide una durissima conflittualità ideologica tra interventisti e non interventisti.

Nel 1911 la popolazione italiana contava 36 milioni di abitanti (2 dei quali però emigrati all'estero) in maggioranza ancora legati al mondo agricolo. In altre parole il 58% erano contadini, il 24% addetti dell'industria e artigianato e solo il 17% impiegati nel terziario.

Arruolati nell'esercito nel periodo 1915-18 furono 5.900.000 (su 7,7 milioni di famiglie); il reclutamento coinvolse cioè statisticamente i 4/5 delle famiglie, anche se ci furono punte diverse a seconda delle zone. In Toscana ad esempio quasi un uomo su due fu impegnato nell'esercito: praticamente tutti i gruppi familiari avevano un soldato in guerra. Il fronte si componeva di circa 1 milione di uomini all'inizio e circa 2 alla fine.

Chi era in prima linea? In generale erano contadini, giovani mandati a combattere per un'idea di patria che ignoravano e per delle ragioni geopolitiche assolutamente incomprensibili. Spesso il "contadino-soldato" era legato ai valori della terra e del villaggio, non aveva istruzione, non parlava altra lingua che il proprio dialetto; in breve non aveva tensione morale, ma semplice ubbidiva agli ordini e alla chiamata dello Stato.

L'esperienza del fronte fu una esperienza devastante. Il sentimento più diffuso fu lo sgomento per una realtà inaspettata. Centinaia di poesie, diari e scritti ci danno testimonianza, più delle fredde cifre – comunque 600.000 morti, quando l'intero risorgimento ne costò 7.000 – della tragedia, dello spavento, della rassegnazione vissuta nelle gallerie di fango scavate per centinaia di chilometri lungo il confine con l'impero asburgico.

 

Il Carso

Il fronte più tragicamente noto è quello del Carso, di cui il fiume Isonzo rappresentò la linea naturale della carneficina. Si contarono in tre anni 12 “battaglie dell'Isonzo”, che significa come i morti non spostavano di un metro la situazione militare. L'altopiano che seppellì, tra i due eserciti, quasi un milione di giovani, è ondulato e brullo, caldissimo in estate e battuto in inverno da venti gelidi da nord est, solcato da caverne e ripari naturali. In questo ambiente le battaglie erano svolte con la strategia degli assalti: quando l'ufficiale dava il segnale al grido “Savoia”, i soldati semplici uscivano correndo dalla trincea, baionetta alla mano, per andare verso la trincea avversaria a qualche centinaio di metri di distanza. Raggiunta la quale si innescavano sanguinosi corpo a corpo con armi bianche.

In quei momenti concitati e spaventosi la possibilità di restare vivi era davvero molto bassa; non meno pericolosi erano i bombardamenti con i cannoni da trincea a trincea o gli attacchi con armi chimiche, ancora non vietate dalle convenzioni internazionali.

Oltre ai danni fisici e alla morte incombente, i militari della grande guerra vissero un particolarissimo e molto diffuso stato di perdita di coscienza e crisi di identità indotto dalla paura, dalla confusione e dagli stenti della vita militare.

 

Le perdite dell'Italia nella prima guerra mondiale: 650.000 morti; 947.000 feriti, mutilati e invalidi; 600.000 prigionieri e dispersi. Su 5.615.000 uomini mobilitati si ebbe un totale di 2.197.000 perdite, pari al 39 % degli uomini sotto alle armi.

 

Uno dei seicentomila

 

Questa sezione è dedicata alla memoria di Antonio Mugnai, il fratello di mio nonno (contadino del valdarno in Toscana), “dispero in combattimento dal 03.08.1915” nell'altopiano del Carso. Apparteneva al 122° reggimento fanteria (III Armata), aveva quasi 20 anni e perse la vita nell'ultimo giorno della seconda battaglia dell'Isonzo.

L'immagine mostra la medaglia al merito, una "versione di lusso", con tanto di foto in grande uniforme.

 

 

Sul retro della medaglietta (qui sotto) si può leggere la scritta: “forgiata col metallo del nemico”

 

 

San Martino del Carso

Di queste case

non è rimasto

che qualche

brandello di muro

Di tanti

che mi corrispondevano

non è rimasto

neppure tanto

Ma nel cuore

nessuna croce manca

È il mio cuore

il paese più straziato.

Giuseppe Ungaretti
Valloncello dell'Albero Isolato 1916

La prima guerra

La Grande Guerra

La prima guerra mondiale è conosciuta anche con il termine di “Grande Guerra” perché così apparve alle popolazioni che vi si trovavano coinvolte. Era una guerra “Grande” non solo per estensione dei fronti e per numero degli stati coinvolti: mai prima c'erano stati tanti soldati in trincea, tante armi in dotazioni agli eserciti, tante industrie impegnate a sostenere lo sforzo bellico.

E inoltre il mondo veniva da cento anni di “quasi pace”.

 

Per gli anziani della prima parte del ‘900 “pace” significava “prima del 1914”. Dalla resa di Napoleone le guerre erano state poche, lontane e senza conseguenze. C'era stata la guerra di Crimea (1854-1856) [1] , la guerra civile americana (1861-1865) , le guerre di espansione della Prussia (1866 e 1871) e dell'Italia (1859-61 e 1866). A questi scontri si aggiunsero i conflitti coloniali e le battaglie tra paesi imperialisti: nelle città europee gli echi di queste guerre giungevano quasi come racconti d'avventura, circondati da un'aurea di leggenda ed esotismo. Tutto cambiò nel 1914.

I fatti


Il conflitto mondiale si scatenò in seguito all'ultimatum dell'Austria-Ungheria alla Serbia agitata da spinte indipendentistiche.

La contrapposizione vide da una parte gli imperi centrali Germania e Austria-Ungheria e dall'altra la triplice intesa Gran Bretagna, Francia e Russia . Gli imperi centrali ottennero l'aiuto dell'impero ottomano – in drammatica decadenza – e della Bulgaria (stati nell'area di influenza economica tedesca). La Triplice intesa riuscì a costruire nel tempo un ampio schieramento comprendente la Grecia, la Romania, l'Italia (dal 1915) e gli Stati Uniti (dal 1917).

Quale l'obiettivo della Germania?

La Germania pensava a una guerra lampo con lo sfondamento del fronte francese e la capitolazione della vecchia antagonista, una replica del 1871 insomma. Ma non andò così, per quanto nel 1914 le operazioni sembravano dare ragione allo stato maggiore tedesco.

Cosa successe?

Arrivati sulla Marna le posizioni si attestarono: i francesi, supportati da reparti belgi e inglesi, scavarono migliaia di trincee dalla Manica alla Svizzera formando il cosiddetto “fronte occidentale” che rimase quasi immutato per tre anni e mezzo.

I numeri della catastrofe

La tragedia del fronte occidentale si trova nei numeri dei combattenti: i francesi persero il 20% degli uomini in età militare; la Gran Bretagna perse mezzo milione di uomini, in gran parte giovani di Oxford e Cambridge; la Germania ebbe numericamente le perdite più alte, ma la quota dei giovanissimi era meno rilevante (più ampia la fascia di età della chiamata alle armi). Gli Usa ebbero 116.000 caduti, un terzo di quelli della II guerra mondiale, ottenuti però in un solo anno e mezzo di combattimenti (contro i 3 anni e mezzo del 1942-45) concentrati nel fronte francese. Le battaglie più tragicamente note sono quelle su Verdun nel 1916 che vide impegnati 2 milioni di uomini e causò 1 milione di morti; e la controffensiva inglese sulla Somme, che costò la vita a 420.000 soldati dell'Intesa; 60.000 il primo giorno di offensiva.

In confronto a Napoleone

Per capire come il Novecento abbia introdotto la guerra totale (fatta oltre che dai soldati, dai lavoratori delle industrie e dipendente dalla quantità delle risorse e di materiali) basta un confronto con le guerre napoleoniche. Napoleone sconfisse la Prussia a Jena nel 1806 con non più di 1.500 salve di artiglieria. All'inizio della IGM la Francia aveva pianificato di produrre 12.000 granate al giorno. Alla fine del conflitto arrivò a produrne 200.000 al giorno. Le guerre mondiali fecero fare un salto di qualità anche nella produzione di massa e nell'organizzazione del lavoro.

L'Italia e il fronte orientale

Il fronte orientale si rivelò più fluido. Le truppe degli imperi centrali occuparono con relativa facilità i Balcani e la Polonia. La Russia si ritrovò a combattere una guerra di retroguardia mentre Romania e Serbia capitolarono in breve. Gli alleati speravano di risalire da sud grazie all'entrata in scena dell'Italia. Nel 1917, dopo la disfatta di Caporetto, furono necessari supporti militari da contingenti stranieri per resistere alla controffensiva austriaca.

La fine della guerra

Lo stallo militare sul fronte occidentale fu superato nel 1918 quando la Germania firmò a Brest-Litovsk la resa della Russia andata in mano ai bolscevichi e gli Stati Uniti entrarono a fianco dell'Intesa. Lo sfondamento del fronte in direzione Parigi fu l'ultimo successo militare della Germania: la controffensiva di inglesi, francesi e americani nell'estate del 1918 fu rapida e vincente. La guerra finì l’otto novembre 1918, lasciando sul campo dieci milioni di uomini .

Le caratteristiche

La Grande Guerra rappresenta un punto di rottura nello scorrere della civiltà occidentale (diversa è invece la percezione del 1914-1919 nelle altre civiltà: islamica, indiana, orientale) e rappresenta anche un modo nuovo di concepire il conflitto tra stati.

Si possono individuare quattro elementi indicativi di questo mutamento:

1 – Mobilitazione totale

2 – Tecnica e la tecnologia si dimostrano determinanti per la vittoria militare. Molto di più dell'abilità strategica o del coraggio dei combattenti

3 – Lo stato interviene pesantemente con tutto l'apparato industriale e con la possibilità di pianificare l'intera fase di produzione e distribuzione della ricchezza

4 – Controllo dell'opinione pubblica e il ruolo della propaganda diventano fattori decisivi per la conduzione della guerra.

Da questo sintetico quadro risulta evidente il legame tra la prima guerra mondiale e il successivo sviluppo di regimi totalitari che mantengono, in periodo di pace, molte delle condizioni adottate per rispondere all'emergenza della guerra. Si pensi principalmente alla militarizzazione della cultura, ovvero all'enfasi posta sui valori di patria, di obbedienza all'autorità, di mobilitazione di massa all'interno delle strutture nazionali (associazionismo sottratto ai partiti, alla chiesa, ai sindacati ecc.). Inoltre non si può dimenticare il decisivo apporto dei reduci, all'ascesa delle formazioni politiche di estrema destra, come il fascismo in Italia e il Nazionalsocialismo in Germania. Peraltro lo stesso Hitler era uno dei tanti reduci del fronte che non si sono integrati nell'Europa post-bellica.

Dal punto di vista della percezione della realtà, la guerra introduce nelle società europee l'idea del nemico totale e dell'adesione incondizionata a questa contrapposizione: un vero e proprio aut aut mentale che lo stato impone ai suoi cittadini: o con me o contro di me! Chi non collabora o è neutrale è visto come un nemico. La distruzione del dissenso emerge come capitolo importante della politica interna dei nuovi governi nel dopoguerra: un'eredità antidemocratica della guerra molto diffusa tra le due guerre (e anche in seguito…).

Dall'altro lato della medaglia c'è invece il sorgere di un vero e proprio sentimento pacifista di massa. La dimensione spaventosa del conflitto e la percezione della sua inutilità per le popolazioni, provocarono un vasto movimento di opinione favorevole al disarmo, all'antimilitarismo, alla pace come obiettivo politico prioritario. Poeti, artisti, intellettuali agirono da spina dorsale della nuova corrente di pensiero: una posizione soltanto marginalmente recepita dai governi, troppo poco per impostare relazioni internazionali sinceramente tese a stabilire un ordine pacifico, ma abbastanza per procrastinare sine die ogni ferma presa di posizione verso le minacce militari di Germania e Giappone. Questa però è un'altra storia.

 

 

Perché la guerra?

 

La famosa “scintilla” fu l'attentato di Sarajevo. Le alleanze militari spiegano tecnicamente la composizione degli schieramenti. Ma questo non è sufficiente per giustificare una tragedia continentale di tale portata. Quella che è stata descritta anche come “il suicidio dell'Europa” ha segnato il passaggio agli Stati Uniti d'America del ruolo leader dell'economia mondiale. Quindi, come è stato possibile?

Se una risposta univoca non esiste, possiamo tracciare una serie di motivazioni che, sovrapposte, offrono un quadro plausibile del perché gli statisti europei non sono riusciti a evitare una inutile carneficina.

Guerra breve

Nessuno immaginava una guerra più lunga di qualche settimana, massimo qualche mese. I ricordi affondavano alle gloriose battaglie di Von Bismark, che sbaragliò l'esercito di Napoleone III in pochi giorni, oppure all'epopea napoleonica dove la guerra era composta da una serie di battaglie campali, gestite poi in sede diplomatica.

L'inferno delle trincee, sostenute da popoli interi, fu un fatto inedito che colse alla sprovvista tutti: soldati, generali, capi di stato. Ma, in ogni caso, le forze in campo avevano un equilibrio che non permetteva a una parte di soverchiare con decisione l'altro.

Perché non si fermarono una volta che i fronti raggiunsero lo stallo?

La mentalità che aveva guidato le scelte degli statisti fino ad allora non era stato quello della guerra fino alla morte. Cosa avrebbero fatto i vari Bismark o Telleyrand al posto dei governi coinvolti nella Prima guerra mondiale? Probabilmente avrebbero trovato una via di uscita diplomatica nel momento che le posizioni si erano attestate. Se andarono avanti tre anni a massacrarsi sulle trincee significa che era cambiata la posta in palio. La guerra non era più finalizzata a obiettivi limitati: la Germania voleva una posizione di predominio politico pari a quello britannico, il che avrebbe relegato a un rango inferiore la potenza inglese già in declino. Era un aut aut. La Francia doveva bilanciare l'espansione economica e demografica della Germania. Per tutti l'obiettivo era assurdo e autolesionistico e cacciò l'Europa in un tunnel senza uscita.

E' da notare come che una delle spinte maggiori alla costruzione dell'Europa venne all'indomani della seconda guerra mondiale dalla necessità della Francia di modificare per sempre lo scenario della competizione continentale tra i due paesi. In questo senso il successo dell'Unione Europea travalica ogni considerazione di ordine economico, sociale e culturale.

Consenso

La fase storica era favorevole agli interventisti. Lo sviluppo delle società democratiche e di massa favorì la comunicazione da parte di giovani intellettuali e spregiudicati imprenditori, inclini all'azione, al gesto eroico, all'impresa storica. C'era inoltre la guerra interna contro l'ideologia socialista, a cui la guerra esterna sembrava essere un ottimo antidoto (ideologia nazionalista contro ideologia socialista). La massa di contadini e operai era sicuramente contraria alla guerra, e questo comportò un grande sforzo da parte di tutti gli stati per convincere le proprie truppe e il proprio popolo dell'importanza del sacrificio.

La propaganda riuscì? Solo in parte!

E' vero che in fin dei conti la guerra fu fatta, e gli episodi di ammutinamento e diserzione non furono mai determinanti. Però è anche vero che le rivolte e le diserzioni furono di un numero spaventoso: in alcune situazioni gli ufficiali francesi o italiani si trovarono costretti a fucilare decine di soldati come monito (in particolare è molto alto il numero dei soldati italiani uccisi per diserzione nella rotta di Caporetto per obbligare alla resistenza sul Piave); dopo la rivoluzione interi reparti russi abbandonarono il fronte, o si rifiutarono semplicemente di combattere. In generale la resistenza ad obbedire agli ordini si è avuta dopo i primi mesi (quando l'illusione della guerra breve fu del tutto dissipata) e in seguito alla rivoluzione russa, quando le parole di pace e giustizia raggiunsero con grande forza persuasiva tutti i fronti e tutti i paesi.

Non abbastanza in ogni caso, per ribaltare il destino della guerra.

 Quali conseguenze?

La ricaduta sociale è, come abbiamo visto, molto alta. Dal punto dell'assetto tra stati c'è da registrare la distruzione degli imperi centrali e la nascita di uno stato sovietico nell'ex Russia zarista. Vediamo stato per stato la situazione:

Usa

Propongono i 14 punti di Wilson e lavorano per il ripristino del sistema internazionale liberista. La difficoltà degli stati europei si dimostra un limite invalicabile: ben presto tutti gli stati abbracciano politiche di protezionismo economico. Gli Stati Uniti hanno molte responsabilità perché si disimpegnano completamente dalla SdN che hanno creato, lasciando al suo destino Gran Bretagna e Francia.

Francia

Assume una posizione difensiva e vendicativa. Per avere mano libera sulle riparazioni tedesche lascia l'intero Medio oriente alla Gran Bretagna.

Gran Bretagna

Pensa di riprendere il controllo dell'economia mondiale in virtù del suo vasto impero. L'estensione sui territori mediorientali di Giordania, Palestina, Arabia e Iraq (Califfati dell'ex impero ottomano trasformati in Stati Nazionali) poteva dare l'illusione di una pronta ripresa.

Germania

Fu umiliata dai Trattati. In oscillazione tra la rivoluzione (sfiorata nel 1919 quando furono assassinati i leader Rosa Luxemburg e Liebknecht Wilhelm) e l'estremismo nazionalista, non riuscì a consolidare la “repubblica di Weimar” intorno ad un consenso stabile.

Italia

Benché vincente parla di “vittoria mutilata”. In realtà ottiene confini più ampi sia dei meriti militari sia dell'appartenenza etnica.

L'economia mondiale entra in una crisi senza via d'uscita. I livelli di ricchezza del 1913 diventano un punto di riferimento quasi “mitico”. Le politiche protezionistiche, adottate per salvaguardare le economie nazionali, in realtà contribuirono pesantemente alla catastrofe economica.

Per quanto riguarda lo scontro di ideologie, quanto emerge dalla sezione riguardante i trattati di Versailles è molto esplicativo. 

 

[1] La guerra di Crimea vide contrapporsi la Russia, interessata all'apertura sugli stretti controllati dalla Turchia, contro Francia e Gran Bretagna (a cui si unì anche il Piemonte Sabaudo). La Russia ebbe la peggio.